giovedì 10 dicembre 2009

nebbia

secondo wikipedia, la nebbia è quel fenomeno meteorologico per il quale una nube si forma a contatto con il suolo. essa è costituita da goccioline d'acqua liquida o cristalli di ghiaccio sospesi in aria e, a causa della diffusione della luce solare da parte dell'acqua in sospensione, si manifesta come un alone biancastro che limita la visibilità degli oggetti. ma wikipedia è wikipedia, che ti vuoi aspettare?

secondo hermann hesse è "strano, vagare nella nebbia!/ è solo ogni cespuglio ed ogni pietra,/ né gli alberi si scorgono tra loro,/ ognuno è solo". ma hesse è hesse, e che ti vuoi aspettare?

secondo gli automobilisti la nebbia è solo una rottura di coglioni. ma gli automobilisti sono stronzi. e basta.

secondo gli inglesi la nebbia non esiste. esistono le nebbie. loro ne classificano almeno sei differenti tipi: da irraggiamento, da avvezione, da evaporazione, frontale, congelantesi e ghiacciata. in effetti anche gli inglesi certe volte sono stronzi. ma soprattutto gli inglesi sono inglesi. che ti vuoi aspettare?

secondo i fotografi la nebbia è una scalogna, perché ti sfoca tutte le immagini. ma, si sa, i fotografi sono fotografi. che ti vuoi aspettare?

secondo me la nebbia ha un buon odore, tutto sommato è accogliente ed intima, certo ti infradici a starci dentro abbastanza, però le riprese sfocate mi piacciono un sacco. ma, si sa, io non sono un'enciclopedia né un poeta, guido sì e no, parlo poco inglese e la fotografia la vivo a modo mio. inoltre, molti mi dicono che sono stronzo.

fortuna che nella nebbia nulla si distingua con precisione.

giovedì 26 novembre 2009

i pinnoli

ogni tanto qualcuno mi sogna. ed io muoio. ma lo sai che ti ho sognato ieri notte?, mi dicono, ma lo sai che di solito sogno sempre gente sconosciuta e questa è una delle rare volte in cui sogno qualcuno che conosco e sei proprio tu?, ah sì?, bello, mi fa piacere, e che cosa hai sognato?, che volavamo?, hai per caso sognato, se sei una ragazza, anzi, se sei una ragazza splendida, che facevamo l’amore per un tempo indefinito ed era bellissimo? o forse hai sognato che comparivo in un momento di pericolo e ti salvavo la vita?, no perché se proprio mi devo scomodare, se proprio devo comparire nei sogni di qualcuno, io che non mi prendo la briga di comparire quasi nemmeno nei miei, se succede, almeno deve essere per un motivo serio. in effetti, mi dicono, non è proprio come pensi tu, ah, e come è?, ho sognato che morivi. ecco, e ti pareva che non ne doveva capitare un’altra che mi faceva morire?, io proprio non lo so perché ma tutte le ragazze che conosco, prima o poi, sognano che io muoio. vabbe’, forse sto un po’ esagerando, non proprio tutte, nemmeno molte, in effetti non sono neanche solo le ragazze a sognare questa cosa qui che muoio, praticamente la mia morte in sogno è una cosa abbastanza trasversale.

ricordo di essere morto nei sogni di almeno metà delle mie ex-fidanzate, di solito quando ancora stavamo insieme - e non so se sia meglio o peggio -, amici ed amiche mi hanno visto perire almeno in una decina di circostanze, per non parlare poi di fratello e sorella, che mi avranno fatto fuori, nel corso degli anni, più o meno tre o quattro volte a testa. naturalmente si tratta quasi sempre di morti violente, con una predilezione per le ammazzatine con dettagli cruenti.

a un certo punto ho cercato di tenere una statistica, tanto per capire se c’era un’evoluzione nel corso degli anni o se fosse possibile imputarla a qualcosa di particolare. su un totale di 25 morti censite, almeno che io sappia, circa il 60% sono roba da macellai, un altro 16% sono comunque violente ma senza spargimento di sangue, tipo ammazzato a bastonate o divorato da uno squalo che mi ha ingoiato in un solo boccone - questo si capisce che è roba di quando mio fratello c’aveva 9 o 10 anni, troppo irrealistico -, poi c’è un 8% di morti accidentali, in cui però faccio comunque sempre la fine del coglione, tipo mentre sono nel paese dei balocchi, scivolo sulla glassa e muoio battendo la testa su una pietra di cioccolato fondente - sic! -. infine c’è un 8% di morti non meglio precisate, praticamente quelle situazioni in cui, a un certo punto nel sogno, si sa che io ero morto, che io mi chiedo ma perché tocca proprio a me? boh. resta fuori un 4% di morti uniche e singolari, che forse potrebbero rientrare in qualcuna delle categorie di cui sopra ma preferisco tenerle fuori, perché un po’ infondo mi piacciono.

in effetti, ad essere sinceri, il 4% di 25 sogni è 1 sogno solo ed io ci sono affezionato davvero. in pratica c’era questo mio amico che stava sognando di essere stato catturato dai vietcong in piena giungla pluviale. i musiggialli lo volevano torturare per fargli dire dove stavano gli americani, ma lui non lo sapeva, dove stavano, perché lui è di catania. quelli però non gli volevano credere e gli dicevano, allola che cosa ci fai in vietnam se non sei amelicano? e lui glie lo spiegava, guardate che io sto sognando a casa mia, qui ci sono finito per caso, ma loro niente, toltula, toltula, continuavano a dire. e già preparavano le tenaglie per strappargli le unghie, quando da mezzo alla giungla compaio io, vestito normale, pure un po’ pesante per stare nella giungla, infatti sto tutto sudato, dice che arrivo e comincio a gridare che non c’è problema, che lì penso a tutto io, che a lui lo possono lasciare andare, i mangiariso, tanto ora sono arrivato io e… possono torturare me! il mio amico stupito e commosso mi ringrazia e, senza fare troppe domande, mi lascia agli occhiammandorla. ed io questa morte qui me la ricordo sempre con piacere, perché almeno, per una volta, ci sono andato vicino a quel sogno in cui io salvo la vita di qualcuno!

una volta glie l’ho chiesto anche allo psicanalista, raffae’, gli ho detto, ma perché tutti si sognano che io muoio?, e lui mi ha guardato bene bene, con quel suo fare da psicanalista, che, lo sapete come fanno, no? ti guardano che non si capisce mai se ti stanno leggendo dentro o se stanno pensando alla spesa che devono fare quando finisce la tua ora, ai colloqui a scuola di quella cacacazzi della figlia porca miseria ha preso tutto da sua madre, o magari all’amante che certo è bona però è un poco carestosa. insomma raffaele mi ha fissato per un po’ e poi mi ha detto, lui’, ma te li stai pigliando i pinnoli?

domenica 15 novembre 2009

acutezza visiva

l'acutezza visiva è una delle nostre principali abilità visive. di solito la si definisce come la capacità dell'occhio di risolvere e percepire i dettagli di un oggetto.

il tutto sta a capire di quali oggetti cogliere i dettagli e di quali no...

sabato 24 ottobre 2009

il contrario di un incubo

quando uno dorme, dicono che sogni.

io personalmente questa cosa qui non me la ricordo quasi mai. i sogni sono quelle storie un po' strane, un po' poetiche che, sembra, tutti facciamo nella nostra testa, non sempre e non solo quando dormiamo, e di cui il più delle volte siamo protagonisti, ognuno nei propri almeno.

il fatto è che, siccome io i sogni non me li ricordo oppure, se mi capita che li ricordo, dura poco e poi me li scordo, allora, da quando ero bambino, mi ricordo i sogni degli altri. certo mica tutti quelli che mi raccontano, diciamo gli ultimi dieci e, mano a mano che me ne raccontano di nuovi, spariscono dalla memoria i primi della lista. è una cosa strana, lo so, ma uno per tutta la vita cresce sentendo dire che bisogna avere dei sogni, bisogna avere dei soldi, siccome i soldi ce li possono avere solo i ricchi, allora è meglio continuare a pensare che bisogna avere dei sogni. in conclusione se non ce li hai sti sogni, proprio come me, finisce che diventi complessato. è per questo che ho pensato che è meglio avere sempre sotto mano un certo numero di sogni degli altri, piuttosto che rischiare di rimanere senza.

certo mica i sogni sono tutti uguali. ce ne sono anche di brutti. uno dei vantaggi di ricordarsi i sogni degli altri è sicuramente quello di avere la possibilità di scegliere quali ti vuoi ricordare e quali no. se uno viene da me e mi dice, ho fatto un brutto sogno, oppure se è meno contenuto nei modi, maro' e che brutto sogno che ho avuto stanotte, io me lo scordo subito, anzi non faccio neanche attenzione quando me lo racconta. perché i brutti sogni, si sa, non fanno dormire la notte.

la fregatura è quando ti raccontano un sogno che è bello, molto bello, così bello che non ti fa dormire la notte. certo sono rari questi sogni qui, basti pensare che mentre a quelli brutti brutti brutti abbiamo dato il nome di incubi, per quelli belli belli belli, che io sappia, un nome non c'è.
mi è capitato di recente un sogno bello bello bello che non fa dormire la notte. me lo ha raccontato un mio amico, ovviamente, e siccome era bello io me lo sono memorizzato e adesso non ci dormo la notte. e pensare che a prima vista non sembrava niente di che. dice il mio amico, nel sogno a un certo punto tu sei andato da una parte che non ti ricordi, cioè nel suo sogno ci è andato lui ma siccome poi io l'ho memorizzato è un po' come se ci fossi andato pure io, per fare qualcosa che non sai bene. il fatto è che nei sogni belli che ti fanno svegliare la notte di solito non ti ricordi quasi mai niente, tranne che a un certo punto c'è una ragazza. e tu non lo sai bene perché ma il fatto che questa ragazza, che di solito non ti guarda nemmeno, nel sogno ti rivolge la parola, già ti sembra bello. e ci stai camminando insieme e lei a un certo punto, scherzando ti fa anche un complimento. lei che di solito è così chiusa, nel sogno bello che ti fa svegliare la notte, è un po' più chiacchierona e con te ci scherza pure. e tu pensi allora che questo sogno bello in realtà è bello bello. poi nel sogno che ti fa svegliare la notte, vatti a ricordare perché, tu ti fermi per fare qualcosa e la ragazza che di solito non ti calcola, non ti parla e non ti considera e che invece nel sogno che ti fa svegliare è tutta il contrario si avvicina alle tue spalle e...

ecco, normalmente a questo punto lei si trasforma in un enorme orso bruno o un golem di carne putrida o in un serpentone con le zampe, praticamente un coccodrillo, che ti maciulla le carni tra le tue grida strazianti e tu ti svegli perché hai avuto un incubo. ma questo non è un sogno brutto che ti sveglia, questo è un sogno bello che ti sveglia e quindi succede che lei, che nella realtà non ti caca proprio, e per questo alla fine ti sta pure un po' sul cazzo, proprio lei viene e ti posa il mento su una spalla e le sue mani sfiorano le tue e sei assolutamente certo che non è stata una cosa casuale, anche perché lei nell'orecchio ti dice, guarda che non è una cosa casuale, e il cavolo di sogno che fino ad allora era bello bello, sembra così vero che diventa bello bello bello. e ti svegli.

considerazioni finali: 1. quando qualcuno ti si avvicina alle spalle in un sogno, non importa se bello o brutto, stai sicuro che hai finito di dormire; 2. non ti fidare degli amici che ti raccontano i loro sogni belli belli belli, cercano solo di far smettere di dormire anche te; 3. la prossima volta che vedi la ragazza dei sogni del tuo amico, mandala a cacare, non fa niente se lei non capirà, tu intanto ci avrai recuperato il sonno.

lunedì 12 ottobre 2009

i dengbej


i dengbej, loro sono cantori, antichi e vecchi al tempo stesso. sono poeti ed io mi sono perso per mezzo pomeriggio a sentirli narrare storie in versi, in rima, improvvisando.



le ultime ore a diyarbakır mi sono scivolate dentro, come il tè caldo, in questo strano luogo di pace, la casa dei dengbej, dove sembra che il mondo esterno possa entrare solo quando questi maestri glie lo consentono tramite i loro racconti.


sarei rimasto ancora a non capire nulla di quelle che devono essere state storie d'amore, di campi di rose e fiori, di antiche ed epiche battaglie del tempo della fenice, di giochi complicati come la vita da queste parti.

ah sì, io sarei rimasto. ma loro, i dengbej, a un certo punto si sono stufati di dedicare il proprio tempo alla poesia e semplicemente si sono alzati e salutando, anche me, sono andati via.


uno di loro doveva andare in moschea, l'altro c'aveva la moglie che, se faceva tardi a cena e chi se la sentiva poi, un paio si stavano avviando al caffè a giocare a dama, loro una moglie non ce l'avevano più. c'era chi voleva perdere tempo e chi il tempo non ce lo aveva proprio.


questo ho potuto immaginare nei loro scambi di parole e non lo so se sia andata davvero così, ma credo di sì, che la poesia in fondo a un certo punto si mette sempre a parlare di mogli e caffè e religione. almeno io ho sempre creduto così.

venerdì 2 ottobre 2009

serçavan, kurdistan

loro sono discriminati, subiscono in continuazione atteggiamenti e pratiche razziste, tutte le volte che si riuniscono finiscono per beccare un sacco di botte, vengono arrestati, torturati e uccisi con una frequenza impressionante (solo da quando io sono qui, 18 politici locali, legittimamente eletti, arrestati per "attentato alla turchità", come da specifico articolo del codice penale turco, un attivista italiano sequestrato per qualche ora, pestato e derubato, una ragazzina di 14 anni morta sotto le cannonate dell'esercito che si addestrava a poche centinaia di metri dal suo villaggio, varie ed eventuali), se parlano la loro lingua non possono accedere ad uffici pubblici, scuole e ospedali, insomma la loro situazione è oggettivamente disperata. eppure sistematicamente, quando manifestano, si salutano facendo il segno della vittoria. le prime volte ti viene da pensare che devono essere stupidi, incapaci di vedere la realtà. dopo un po' che li frequenti, quando capisci cosa sia questa sorta di determinazione calma che li sorregge tutti, cominci a credere che lo stupido sei tu, perché con tutta questa realtà sei diventato inabile a cogliere l'utopia.
allora io me ne vado, kurdistan, ma te lo prometto che torno, non so ancora quando, presto. ho già idee che devono essere sviluppate, cose che io e te dobbiamo fare insieme. serçavan, kurdistan, che sarebbe a dire una cosa come, i tuoi occhi sulla mia testa. serçavan, perché un po', salutandoti, ti ho fatto un cenno, senza retorica, una specie di piccolo inchino.

martedì 29 settembre 2009

hasan, come?

hasan è un prigioniero arabo. lo hanno preso i turchi non lontano dalla rocca, stava cercando una breccia o qualche via di accesso praticabile per riuscire nella conquista di questa imprendibile città insieme ad altri suoi compari. certo la sua non è una situazione facile, è un soldato che è stato catturato dal nemico non sul campo di battaglia ma mentre tentava un attacco a sorpresa, e questa cosa qui non è proprio ben vista. si è beccato l’accusa di essere un attentatore alla sicurezza della città, cosa indiscutibilmente vera, e anche quella di essere una specie di terrorista dell’epoca, certa propaganda insomma non ce la siamo inventata noi adesso. risultato, condanna a morte sicura. cazzo, hasan a tutto pensava, quando è partito da damasco al seguito del suo sultano, ai bottini, alle avventure, alle donne, magari anche a una morte onorevole, ma di fare la fine del topo, strangolato in una cella umida scavata nella solida roccia, questo proprio non può mandarlo giù. i turchi poi sono gente sbrigativa, efficiente, ieri ti hanno catturato, oggi ti condannano a morte e puoi stare sicuro che entro il tramonto di domani il tuo corpo sarà appeso a una fune fuori dallo strapiombo a farsi mangiare dalle cornacchie. così, pensano loro, se altri volessero riprovarci sapranno cosa li attende, niente nuda terra, niente paradiso con le vergini, solo cornacchie. e ad hasan, questa cosa delle cornacchie proprio non gli piace.

al mattino seguente, poco dopo l’alba, vengono due guardie a buttarlo giù dal paglione, vogliono portarlo sul bastione della cittadella, perché dicono che devono fargli vedere una cosa. mamma mia quella mattina il povero hasan che brutto quarto d’ora che passa, gli tremano così tanto le ginocchia che nemmeno ci riesce a camminare e i due giannizzeri devono portarlo a braccia. intanto hasan è lì che pensa, passi per l’efficienza ma qui si esagera, io avevo creduto sarebbe successo al tramonto, tipo mentre mi portavano la ciotola con l’ultimo pasto, la guardia mi avrebbe preso alle spalle e mi avrebbe fatto uscire gli occhi dalle orbite, strangolandomi così, senza quasi farmene accorgere. e invece dove mi portano, cos’è che vogliono farmi adesso sulla cittadella, stai a vedere che hanno deciso di impiccarmi direttamente dal bastione, mi legano una fune intorno al collo e mi buttano venti metri più sotto, dove per il contraccolpo la cervicale si spezzerà e la testa resterà ancora viva per qualche secondo a guardare quello che una volta era stato il mio corpo penzolare un buon metro più in basso, attaccato solo per la pelle ormai. ma i turchi, che quella mattina si vede che non c’hanno proprio niente di meglio da fare, in realtà vogliono solo fargli vedere dove appenderanno il suo corpo, fargli fare conoscenza con le cornacchie che se lo spolperanno, divertirsi un po’ con lui insomma, e dopo pochi minuti lo riportano indietro. tornato in cella hasan pensa due cose, la prima è che si è pisciato nei pantaloni e la seconda è che le cornacchie gli stanno proprio sul cazzo.

quando è partito, suo padre ahmed glie lo ha detto non si sa quante volte, prima di lasciarlo andare via, tieni sempre la testa sulle spalle, tieni sempre la testa sulle spalle, e lui scemo non l’aveva certo interpretata in senso letterale. ah, è proprio vero che quando si raggiunge quell’età in cui il momento di andarsene è più vicino di quello in cui si è arrivati, spesso si riconosce che i nostri vecchi ci hanno donato, attraverso le loro parole, la via per giungere al volere di allah, che sempre veglia su di noi. e anche questa è un’altra cosa che succede, quando si sta più di là che di qua, pensa hasan, si diventa molto molto più religiosi. e proprio mentre se ne sta lì a cercare di ricordarsi almeno qualcuno dei novantanove nomi di allah, tanto per sgranare qualche buon rosario con le catene che lo tengono prigioniero e tirare un po’ su il suo credito presso il misericordioso, hasan viene colpito, fulminato quasi da quanto è vero quello che ha appena pensato, cioè che nelle parole di suo padre si compie il volere di allah. aspe’ come gli disse di preciso il vecchio ahmed quando lo salutò, no, non la cosa delle testa sulle spalle, cosa disse subito prima, quel buon vecchino che, nella sua infinita bontà, allah non permetterà mai che sopravviva al proprio figlio e, siccome ancora non è il momento di ahmed, allora l’onnipresente sarà d’accordo che non può essere nemmeno quello di hasan, come cazzo disse ahmed. ah, ecco, erano nella stalla, lui stava per sellare il suo solito baio berbero, sheraz, quando ahmed gli disse, no, prendi zehir, il mio stallone arabo, il tuo è un buon cavallo ma senza sorprese, sia nel bene che nel male. quando si va in guerra, alle volte serve di poter volare. aveva detto proprio così suo padre, alle volte serve di poter volare.

è passata da poco l’ora della preghiera del mezzodì, quando hasan si mette a fare voci in cella. i suoi compagni di sventura, dalle gabbie accanto, pensano che il poveretto deve essere impazzito ora che sa di dover morire. adesso si è messo a sbraitare che i turchi non si stanno comportando come uomini, che va bene condannare a morte uno come lui e che ammette anche di essersela meritata la sua fine, ma non si è mai visto che a un condannato non si conceda almeno l’ultimo desiderio. gli altri prigionieri sono lì a pensare che adesso al povero hasan, invece di ammazzarlo e basta, verranno a spezzargli le gambe e le braccia e, se non la smetterà di gridare, gli taglieranno anche la lingua e gli faranno esplodere gli occhi con un ferro arroventato e poi lo strangoleranno lo stesso, naturalmente. in effetti anche hasan è preoccupato che finisca così ma, se vuole mettere in opera il suo piano, allora non ha scelta. quando la porta della cella si apre e gli si para davanti uno dei giannizzeri che la mattina si è divertito con lui, hasan pensa che le cose stanno andando proprio come ha calcolato. il colosso con la faccia da mulo coi baffi, quando entra, fatica a tenere le risa che gli scoppiano, pensa di avere davanti il classico esempio di meschinità araba, uno che di fronte alla morte si piscia sotto e che adesso farebbe di tutto per tentare di ingraziarsi i suoi aguzzini, magari anche vendere i suoi compagni, e vuole proprio vedere fino a che punto questo arabo piccolo piccolo vuole arrivare. così gli chiede quale sarebbe questo ultimo desiderio ed hasan, pronto, gli dice che vorrebbe per l’ultima volta cavalcare il suo bel destriero, cui è tanto affezionato, che gli è stato sequestrato quando lo hanno preso. naturalmente lo sa, dice hasan, che non lo lasceranno mai andare a farsi un giro a cavallo ma lui si accontenterebbe di montare il suo zehir anche solo per poco, anche nel punto più alto e sicuro della rocca, anche sul bastione, sì. la guardia si allontana ragliando e torna subito dopo con una risposta affermativa. i grandi turchi sanno essere misericordiosi come insegna allah e concedono ad hasan di fare un ultimo giro sul suo cavallo, in cima al bastione. in cambio quando scenderà da cavallo lui sarà così gentile da rivelare loro il luogo dell’accampamento del suo sultano.

mentre monta zehir e lo porta al trotto in una sorta di piccolo giro sulla punta più alta della rocca, proprio sopra lo strapiombo creato dal passaggio del fiume tirgi, mentre guarda con piacere il fiume insolitamente ingrossato per la stagione, hasan pensa a quello che deve fare, pensa che anche volendo non ha altra scelta e comunque è meglio finire così che asfissiato dalle mani di un turco. pensa a tutto questo, hasan, e a suo padre ahmed che prega per lui, e ad allah, che sia fatto il suo volere. pensa poi alle forti zampe di zehir, quando lo lancia a tutta briglia verso il parapetto del bastione e lo spinge al salto più lungo che un cavallo abbia mai fatto, per cento metri giù nella gola fino a schiantarsi, ad esplodere letteralmente al contatto con l’acqua. del povero cavallo non rimangono che i finimenti e le costole fracassate ma il suo padrone è in acqua, ancora vivo. il colpo è stato tremendo ed hasan ricorda solo di aver visto per un istante il suo cavallo volare in mezzo alle cornacchie, una volta tanto prese alla sprovvista. la corrente già lo trascina via e passerà un bel pezzo prima che riesca a toccare terra, con le ossa rotte, fradicio, ma per volere di allah tutto intero.

e come un colpo di cannone l’incredibile fuga di hasan fa il giro di tutta la città e arriva anche alle celle della galera, dove i suoi compagni increduli si chiedono, hasan, keif?, hasan, come?

ora, ammetto che possa sembrare proprio una di quelle cose inverosimili che mi invento io di solito ma questa volta, a parte l’aggiunta di qualche piccolo irrilevante particolare, la storia è né più né meno che l’autentica leggenda sull’origine del nome hasankeif.